Giustizia, l’allarme di Gratteri “Salterà il 50% dei processi”

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Con le nuove norme sulla prescrizione “il 50% dei processi anche gravi” non si celebreranno alla luce dell’improcedibilità prevista dopo due anni per l’appello e uno per la Cassazione. A lanciare l’allarme è il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, ascoltato dalla commissione giustizia della Camera. Gratteri ha espresso il timore che “i 7 maxi processi che si stanno celebrando a Catanzaro per come è prevista oggi la norma saranno dichiarati improcedibili”, precisando che i processi che rischiano di non essere celebrati riguardano non solo i reati di mafia ma anche quelli contro la pubblica amministrazione. “Se io taglio il 50% dei processi, come le rapine o i reati gravi contro la pubblica amministrazione che non si celebreranno più in appello e in cassazione perché dato il numero dei magistrati si celebreranno solo i processi con detenuti, tutti gli altri andranno in coda”, quindi, ha spiegato il procuratore di Catanzaro “tutti i reati contro la Pa non arriveranno più in appello e questo è un grande allarme sociale e riguarderà la sicurezza. E pensiamo anche ai rapinatori o agli spacciatori di droga”. “Il fatto che noi lanciamo questi allarmi non è per un fatto personale perché i giudici lavoreranno molto di meno, non avranno più l’ansia di correre, è un fatto di sicurezza, di credibilità dello Stato“, ha ribadito Gratteri.

IL M5S. Mentre è atteso per giovedì il parere negativo del Csm, oggi il M5s ribadisce la sua contrarietà al pxrovvedimento. “L’audizione oggi in commissione Giustizia alla Camera di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, è stata drammaticamente chiara: la riforma del processo penale messa a punto dalla ministra Marta Cartabia deve essere modificata”. dichiarano in una nota le deputate e i deputati del Movimento 5 stelle in commissione giustizia. “Tra tutte le critiche espresse da Gratteri -aggiungono- quelle che più preoccupano, poiché prefigurano scenari inquietanti, sono relative alle conseguenze concrete: convenienza a delinquerE e diminuzione del livello di sicurezza per la nazione..

Sono circa 916, dunque quasi un migliaio gli emendamenti alla riforma del processo penale che il Movimento 5 Stelle deposita in commissione giustizia alla Camera. È quanto apprende l’AGI da fonti qualificate questa sera i gruppi di Camera e Senato del Movimento avranno un’assemblea per un confronto politico. All’incontro è previsto che partecipi anche l’ex premier e leader in pectore M5s, Giuseppe Conte.

CARTABIA. Intanto il ministro della Giustizia Marta Cartabia, durante il convegno sull’ufficio del processo in corso a Napoli con i rappresentanti di tutti gli uffici giudiziari del distretto di corte d’Appello, spiega che «è difficile il processo di riforme, oltre che per le varie categorie che spingono in direzioni diverse, anche le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte. Ma questa riforma deve essere fatta con gli aggiustamenti tecnici necessari perchè lo status quo non può rimanere tale». Lo ha detto

Gratteri smonta la riforma Cartabia. «I maxi processi alla ‘ndrangheta sono a rischio»

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CATANZARO «In termini concreti le conseguenze saranno diminuzione del livello di sicurezza per la Nazione visto che certamente ancor di più conviene delinquere; annullamento totale della qualità del lavoro, perché fissare una tagliola con un termine così ristretto vuol dire non assicurare che tutto venga adeguatamente analizzato con la dovuta attenzione; aumento smisurato di appelli e ricorsi in Cassazione perché se prima qualcuno non presentava impugnazioni con questa riforma a tutti, nessuno escluso, conviene presentare appello e poi ricorso in Cassazione non foss’altro per dare più lavoro ingolfare di più la macchina della giustizia e giungere alla improcedibilità».

Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, in poco più di 20 minuti di audizione davanti alla commissione Giustizia della Camera dei deputati ha “smantellato” la riforma della giustizia proposta dal Guardasigilli Marta Cartabia. Si parte dall’istituzione dell’improcedibilità, così come disegnata dal ministro della Giustizia, secondo la quale se il processo dura più di due anni in Appello (tre per i reati più gravi) e uno in Cassazione (o 18 mesi) non si può più perseguire. In questo caso a pagarne le conseguenze sarebbero i maxiprocessi, non ultimo quello che si sta celebrando in Calabria in questi mesi: Rinascita-Scott (con oltre 400 imputati). Ma Rinascita-Scott non è il solo, visto che la Procura di Catanzaro ha istruito diversi processi, con alti numeri di imputati, che oggi sono a rischio: basti pensare a Malapianta-Infectio (98 imputati), Stige (oltre 180 imputati), Imponimento, (147 imputati), Basso Profilo (78 imputati). «La Procura distrettuale di Catanzaro – ha detto Gratteri rispondendo alle domande dei deputati – ha competenza su tre quarti della Calabria noi in questo momento, nei sette tribunali del Distretto, abbiamo almeno 10 processi per reati di criminalità organizzata dove mediamente gli imputati sono da 50 a 370 (Rinascita-Scott)». E questi processi oggi rischiano di essere dichiarati tutti improcedibili in appello. Il problema non riguarda solo i processi di mafia, spiega il procuratore, ma anche i reati contro la pubblica amministrazione. Sul piatto della bilancia, nel corso della seduta è stato trattato anche il tema del cambio di norma sulle esecuzioni e vendite dei beni confiscati. Nulla questio, da parte del procuratore, sull’attività del legislatore ma il problema gravissimo sta a monte: l’inadeguatezza e l’insufficienza dell’Agenzia dei beni confiscati, i quali oggi, a causa dell’inadeguatezza dell’ente «cadono a pezzi l’inadeguatezza e l’insufficienza dell’Agenzia dei beni confiscati».

L’insicurezza nazionale e la credibilità dello Stato

Per quanto riguarda la sicurezza nazionale, il procuratore Gartteri, rispondendo alla domanda dell’onorevole Saitta ha spiegato che «se io taglio il 50% dei processi, anche gravi, come le rapine, ma anche tutti i reati nei confronti della pubblica amministrazione non si celebreranno più in appello e in Cassazione perché, dato il numero dei magistrati, si celebreranno solo i processi con detenuti quindi i processi senza detenuti andranno in coda». Dunque i processi che riguardano le persone a piede libero per reati come peculato, corruzione o concussione – che non vedono mai detenuti in fase d’appello – andranno in coda rispetto ai reati di criminalità organizzata «e quindi tutti i reati che riguardano la pubblica amministrazione non si celebreranno più in appello, non arriverà la sentenza d’appello. Io penso che questo sia un grande allarme sociale e riguarderà anche la sicurezza se pensiamo, per esempio, ai rapinatori, a chi vende droga nelle piazze». La questione non riguarda tanto il lavoro dei magistrati quanto un «fatto di sicurezza e credibilità dello Stato». Sempre in tema di credibilità, Gratteri è un fiume in piena e non fa sconti a nessuno: «Perché, mentre si fa questa ghigliottina, nessuno dice che ci sono più di 200 magistrati fuori ruolo, magistrati che hanno vinto il concorso per fare i pm o per scrivere sentenze e sono, invece, nei Ministeri a fare i tecnici? Che c’entra un magistrato al ministero del Lavoro o degli Esteri. Chiamate un professore associato che vi costa di meno. Perché nessuno mette mano alla geografia giudiziaria? Che senso ha in Sicilia avere 4 Corti d’Appello per 5 milioni di abitanti? E in Lombardia ci sono 2 Corti d’Appello. Perché in Abbruzzo ci sono Tribunali ogni 25 chilometri? Perché non parlate di queste cose? Perché in ogni Corte d’Appello ci deve essere un Tribunale di sorveglianza e non si possono accorpare i Tribunali di sorveglianza dove ci sono meno di 1000 detenuti? Cominciamo a parlare di risorse. Cominciamo a mettere a regime il sistema che rischia di peggiorare il prossimo anno perché è un anno e mezzo che non si fanno concorsi in magistratura. Perché invece di discutere di pene alternative al carcere non si costruiscono quattro istituti con i prefabbricati? La giustificazione umiliante alla necessità di fare questa riforma è che altrimenti “la Comunità europea non ci dà i soldi del Recovery fund” Ma non vi pare umiliante, nel 2021, per un Paese che ha partecipato alla fondazione dell’Europa?».

Le conseguenze

Le conseguenze saranno, spiega Gratteri il «ricorso smisurato di appelli e ricorsi in Cassazione perché se prima qualcuno non presentava impugnazioni con questa riforma a tutti, nessuno escluso, conviene presentare appello e poi ricorso in Cassazione, non fosse altro per dare più lavoro, ingolfare di più macchina della Giustizia e giungere alla improcedibilità. Azzeramento di anni di lavoro di giudici di primo grado di pubblici ministeri e di personale della polizia giudiziaria. A questo punto meglio la prescrizione del reato com’era prima della riforma Bonafede. Provocherebbe meno danni».

Proposte alternative

Le proposte alternative per ridurre i tempi, ha specificato il procuratore di Catanzaro, non mancano. E ne ha elencata qualcuna: «Qualsiasi proposta per ridurre i tempi deve partire a monte e non a valle. Si deve modificare il sistema delle impugnazioni. Non lasciare inalterato il sistema delle impugnazioni in Appello e poi in Cassazione però poi fissare un termine-tagliola. Tutto questo non ha alcun senso. Per altro attraverso un istituto che il nostro ordinamento non conosce. Di proposte tese a rendere più rapidi i giudizi di impugnazione, ce ne sono state e ce ne sono ma sono state inspiegabilmente tutte rigettate. Si potrebbero, ad esempio escludere alcune ipotesi di appello, eventualmente anche l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pubblico ministero. Si potrebbe introdurre un appello a critica vincolata, cioè specifici motivi di appello, come proposto anche dalla commissione Lattanzi. L’aumento delle ipotesi di inammissibilità degli appelli laddove manifestamente pretestuosi. Possibilità di celebrare giudizi di secondo grado monocratici, per i reti di minore rilevanza. Reintrodurre l’appello incidentale del pm, anzi renderlo quanto più esteso possibile».

Criticità evidenti

Vi sono secondo Gratteri, criticità evidenti riguardo alla improcedibilità, definita come “la nuova prescrizione”. Ma se con la prescrizione ha un peso il tempo trascorso tra la commissione del reato e l’azione penale, con l’improcedibilità questo non vale. A nulla servirebbe la tempestività dell’azione penale rispetto alla commissione del reato. «Improcedibilità dell’azione penale prevista dal disegno di legge – spiega Gratteri – prescinde completamente dal tempo trascorso rispetto alla commissione del reato. Quindi non è un effetto destinato a operare solo per i processi prossimi alla prescrizione. Se il giudizio di primo grado, in ipotesi, si concludesse il giorno dopo la commissione del reato, come, ad esempio, avviene per i procedimenti per direttissima, l’azione diventerebbe improcedibile in appena a due anni e pochi mesi dal fatto. Un termine inferiore ad un terzo rispetto alla prescrizione minima prevista: si passerebbe da sette anni e sei mesi a due anni. Ad esempio per le rapine le conseguenze special preventive mi sembrano evidenti. Il termine massimo di procedibilità si applica in ordine a tutti i reati, salvo quelli puniti con la pena dell’ergastolo (ipotesi rarissime). Anche se in relazione ad alcuni reati, ritenuti più gravi, può esserci una sospensione di un anno per l’appello e sei mesi per la Cassazione. Ma si tratta di un termine irrisorio».

Il rischio per i maxiprocessi

A rischio ci sono i maxiprocessi. Come quelli che si stanno celebrando in Calabria contro le cosche di ‘ndrangheta. «Ad esempio – ha detto Gratteri – per il maxiprocesso che si sta celebrando nell’aula bunker di Lamezia Terme, Rinascita-Scott. I termini oltre ad essere ridottissimi, decorrono dal 90esimo giorno del deposito della sentenza di primo grado, mentre per la trasmissione del fascicolo, in Appello o in Cassazione, in genere non serve molto più tempo. Quindi il termine per lo svolgimento del giudizio inizia a decorrere quando il giudice non ha ancora il fascicolo».

«I magistrati italiani sono i più produttivi in Europa»

C’è un approccio errato alla base della riforma, secondo il magistrato, ovvero «l’idea secondo cui il tempo eccessivo attualmente impiegato per la celebrazione dei giudizi d’Appello e di Cassazione sia correlato alla scarsa produttività dei magistrati. Questo dato di partenza è frutto della non conoscenza di due dati: si ignora anzitutto che già adesso i magistrati sono indotti a celebrare i processi rispettando determinati termini, analoghi a quelli previsti dalla riforma, per non incorrere in responsabilità disciplinari ed eventualmente contabili. Motivazioni che sono per i singoli magistrati, molto più pressanti rispetto al fatto che un giudizio diventi improcedibile. Tutte le statistiche elaborate da commissioni internazionali, e indipendenti sulla Giustizia, attestano inoltre che i magistrati italiani, anche quelli dei gradi superiori, sono i più produttivi in Europa, sono quelli che concludono più procedimenti e scrivono più sentenze. Le stesse statistiche dicono anche che i giudizi in Italia sono quelli che durano di più e il motivo è facilmente comprensibile esaminando il numero dei procedimenti che ogni anno i magistrati italiani devono gestire rispetto ai propri colleghi europei».

In Italia percentuali altissime di ricorsi in Appello e in Cassazione

In Italia, fa presente Gratteri, vi è una radicata e frequente tendenza al ricorso in appello e in Cassazione. «In relazione ai processi di impugnazione in Italia – ha detto il procuratore –, ogni anno vengono proposti il doppio degli appelli proposti in Spagna e il triplo di quelli in Francia. Per quanto riguarda i giudizi in Cassazione, si arriva persino a numeri di ricorsi in Italia pari a 10 volte quelli di altri Paesi europei simili al nostro, ad esempio la Francia». La riforma, dunque, stabilendo un limite di tempo massimo nei giudizi di impugnazione «non porterà a giudizi più rapidi – spiega Gratteri – ma solo all’estensione di un elevatissimo numero di procedimenti e all’annullamento della qualità del lavoro».

Inutile l’ulteriore sconto di pena per gli abbreviati

Un ulteriore aspetto di criticità è il fatto che la riforma interviene a valle del problema e non «apporta alcun serio correttivo per ridurre le cause che giungono in appello. Poco efficace si ritiene sia per i giudizi abbreviati l’ulteriore sconto di pena un sesto in caso di mancata proposizione di ricorso in appello. Infatti, se l’imputato sa che può beneficiare della improcedibilità troverebbe più conveniente impugnare la sentenza vedendosi azzerata la pena in caso di sforamento dei due anni».

L’irragionevole potenziamento del concordato in appello

Il magistrato, inoltre, «del tutto irragionevole» un altro aspetto della riforma: il potenziamento del concordato in appello. «Questo istituto appare assolutamente incoerente con l’intero sistema processuale, tanto è vero che era stato abolito in passato. Infatti dopo il giudizio di primo grado, in cui si sono assunte le prove davanti al giudice, con tutte le lungaggini che ciò comporta e dopo che il giudice ha dovuto redigere la sentenza si addiviene a un accordo che può letteralmente smontare la sentenza impugnata, evitando la celebrazione del giudizio di appello». Gratteri ricorda che, non a caso, «quando fu reintrodotto il concordato si era prevista quantomeno la sua esclusione per reati di mafia, terrorismo e altre gravi fattispecie. Con la riforma Cartabia viene eliminata questa preclusione. […] Per cui se passasse la riforma, le parti, dopo il processo di primo grado in cui l’imputato è stato condannato per associazione mafiosa con ruolo di promotore, oppure per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di droga, oltre a singoli reati di droga, potrebbe concordare la eliminazione della qualità di promotore. Stiamo parlando pene che vanno da 20 a 30 anni».

Certo, la corte d’appello ha il potere di non accogliere la richiesta di concordato. Ma una rapida analisi dello stato delle cose fa presumere il contrario perché la corte, oberata da tante cause, «difficilmente non avallerebbe l’accordo raggiunto e così si andrebbe ad indebolire il giudizio di primo grado». Il risultato sarebbe anche quello di vanificare – spiega Gratteri – «risorse temporali, umane e pecuniarie impiegate per celebrare processi di primo grado».

La retrodatazione delle iscrizioni nel registro degli indagati

La riforma proposta dal ministro Cartabia prevede che l’indagato possa chiedere al giudice di retrodatare l’iscrizione del suo nominativo nel registro delle notizie di reato in caso di ingiustificato ed inequivocabile ritardo.

«Che vuol dire ingiustificato e inequivocabile ritardo?». Secondo il procuratore il concetto è «molto sfumato e tale da creare creare non pochi problemi a livello applicativo». Il magistrato ha posto un esempio concreto per spiegare le criticità di questa parte della riforma: «Viene depositata una informativa di reato di oltre 3000 pagine, nella quale la polizia giudiziaria deferisce centinaia di persone. Ebbene, qual è il tempo congruo per valutare la necessità di iscrivere le persone nel registro? Il giudice dovrà studiare l’informativa e magari solo dopo 3 o 6 mesi potrà dire qual era il tempo adatto. E se il pm era impegnato nel frattempo a esaminare un’altra informativa, altrettanto ponderosa? Il giudice dovrà studiare, laddove ostensibile, anche l’altra informativa per valutare se il ritardo era o meno giustificato». Insomma la norma, anziché alleggerire i processi, li appesantirebbe vista la mole di lavoro che e le migliaia di pagine che i giudici dovrebbero leggere, senza contare che se il giudice rigetta l’istanza, questa verrebbe riproposta in tutte le sedi, compreso l’appello, e «in quel caso, la situazione sarebbe ben più drammatica, poiché la Corte è tenuta già a fare una corsa contro il tempo, per non incorrere nella tagliola dei fatidici due anni pena la improcedibilità del reato».

«La più grade zeppa per il non funzionamento del sistema giudiziario»

«L’iscrizione nelle notizie di reato – ha affermato Gratteri rispondendo alla domanda dell’onorevole Paolini –, ingolferà tantissimo i giudici perché sarà l’arte degli avvocati proporre questo tipo di eccezione perché in aree ad alta densità mafiosa dove mediamente la Procura distrettuale di Catanzaro ha competenza su tre quarti della Calabria noi in questo momento nei sette tribunali del Distretto abbiamo almeno 10 processi per reati di criminalità organizzata dove mediamente gli imputati sono da 50 a 370 (Rinascita-Scott). Quindi lei pensi con questa norma andare a controllare le posizioni di cento imputati vorrà dire leggere mediamente informative da 3000 pagine in su. Quindi il Tribunale, anziché scrivere sentenze o fare dibattimenti, starà giorni, settimane a studiare il momento in cui emerge il nome dell’indagato nel corso dell’intercettazione. Questa sarà la più grade zeppa che si metterà nella macchina per il non funzionamento del sistema giudiziario».

La più grade zeppa per il non funzionamento del sistema giudiziario

«L’iscrizione nelle notizie di reato, ingolferà tantissimo i giudici perché sarà l’arte degli avvocati proporre questo tipo di eccezione perché in aree ad alta densità mafiosa dove mediamente la Procura distrettuale di Catanzaro ha competenza su tre quarti della Calabria noi in questo momento nei sette tribunali del Distretto abbiamo almeno 10 processi per reati di criminalità organizzata dove mediamente gli imputati sono da 50 a 370 (Rinascita-Scott). Quindi lei pensi con questa norma andare a controllare le posizioni di cento imputati vorrà dire leggere mediamente informative da 3000 pagine in su. Quindi il Tribunale, anziché scrivere sentenze o fare dibattimenti, starà giorni, settimane a studiare il momento in cui emerge il nome dell’indagato nel corso dell’intercettazione. Questa sarà la più grade zeppa che si metterà nella macchina per il non funzionamento del sistema giudiziario.

I beni confiscati che cadono a pezzi

Per quanto riguarda il cambio di norma sulle esecuzioni e vendite dei beni confiscati «il problema – ha spiegato Gratteri rispondendo a una domanda dell’onorevole Colletti – è molto più complesso e richiederebbe un’intera seduta per spiegare l’inadeguatezza e l’insufficienza dell’Agenzia dei beni confiscati. Il legislatore in questo caso è stato generoso ed è stato molto attento, sono state create delle norme veramente serie in materia di sequestro e confisca dei beni». Però il legislatore, secondo Gratteri, non è stato altrettanto accorto nella composizione e potenziamento dell’Agenzia dei beni confiscati. «Quindi il dramma è che si sequestrano immobili e poi questi cadono a pezzi perché non si ha la capacità, il numero sufficiente di funzionari e di tecnici per gestire, per amministrare o per velocizzare la cessione o la vendita a enti di volontariato di questi beni. Io vedrei l’approccio ancora più a monte nel potenziare l’Agenzia dei beni confiscati perché veramente è un brutto biglietto da visita che lo Stato ha nei confronti della collettività che vede sequestrati i beni ai mafiosi però poi questi beni cadono a pezzi, diventano fatiscenti davanti agli occhi di ognuno di noi».

Riforma giustizia, la bocciatura di Gratteri: «Meno sicurezza, più convenienza a delinquere»

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di Franco Stefanoni

Secondo il procuratore di Catanzaro: «A questo punto sarebbe meglio tornare alle norme sulla prescrizione del reato come erano prima della riforma Bonafede, provocherebbero meno danni». L’allarme del M5S. Ma la ministra Cartabia: «La riforma va fatta, non facciamoci intrappolare dai punti di vista»

Nicola Gratteri

Riforma Cartabia sulla giustizia bocciata da Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro e tra i più noti magistrati antimafia, esperto di ‘ndrangheta. Sulla prescrizione: «In termini concreti le conseguenze saranno la diminuzione del livello di sicurezza per la nazione, visto che certamente ancor di più conviene delinquere». In audizione davanti alla commissione giustizia della Camera, Gratteri ha criticato . l’improcedibilità dell’azione penale prevista dalle nuove norme, dopo i tempi predeterminati per l’appello e la Cassazione, rispettivamente due anni e un anno. «Fissare una tagliola con un termine così ristretto vuol dire non assicurare che tutto venga analizzato con la dovuta attenzione», ha detto il procuratore. «A questo punto sarebbe meglio tornare alle norme sulla prescrizione del reato come erano prima della riforma Bonafede, provocherebbero meno danni. Per ridurre i tempi dei processi sono necessarie modifiche a monte e non a valle».

Processi antimafia improcedibili Secondo Gratteri: «Il 50 % dei processi finirà sotto la scure della improcedibilità, con la riforma della prescrizione della ministra della Giustizia Marta Cartabia. E temo che i 7 maxi processi contro la `ndrangheta che si stanno celebrando nel distretto di Catanzaro saranno dichiarati tutti improcedibili in appello». Il problema tuttavia non riguarderebbe solo i processi di mafia ma anche i reati contro la pubblica amministrazione. «C’è un approccio errato alla base della riforma», ha aggiunto Gratteri, «l’idea che il tempo tra Appello e Cassazione sia collegato alla produttività dei magistrati, ma i magistrati italiani sono i più produttivi in Europa. I giudizi in Italia durano di più perché è più alto il numero di procedimenti che vengono affrontati. Basti pensare che in Cassazione i ricorsi sono pari a dieci volte in più di quelli presentati in un Paese come il nostro, quale ad esempio la Francia».

Il M5S: «Parole chiare, riforma da cambiare» Molto soddisfatti delle parole del procuratore di Catanzaro sono gli M5S. «L’audizione oggi di Nicola Gratteri è stata drammaticamente chiara: la riforma del processo penale messa a punto dalla ministra Marta Cartabia deve essere modificata». Così in una nota dichiarano le deputate e i deputati del Movimento 5 stelle in commissione Giustizia. «Tra tutte le critiche espresse da Gratteri », è stato il loro commento, «quelle che più preoccupano, poiché prefigurano scenari inquietanti, sono relative alle conseguenze concrete: “convenienza a delinquere” e “diminuzione del livello di sicurezza per la Nazione”».

Cartabia: «La riforma va fatta» Nel frattempo, la ministra Marta Cartabia, parlando a un convegno al Palazzo di Giustizia di Napoli, ha spiegato: «Ogni processo che non arriva a sentenza definitiva è una sconfitta, quelle decine di migliaia di processi che già oggi vanno in prescrizione, non dopo la riforma ma già oggi, sono una sconfitta per lo Stato». «Siamo di fronte a un’occasione unica, non perdiamo il treno del Recovery che sta passando, non facciamoci intrappolare in quello che è accaduto da decenni sulla giustizia italiana per cui il punto di vista dei procuratori è diverso da quello degli organi giudicanti, dell’avvocatura diverso dalla Corte d’Appello, che hanno imprigionato tutte le riforme della giustizia in forze centrifughe che paralizzano». Aggiungendo: «Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte, ma questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale. So molto bene che i termini che sono stati indicati sono esigenti per queste realtà perché partiamo da un ritardo enorme, ma non sono termini inventati, sono quelli che il nostro ordinamento e l’Europa definisce come termini della ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale». Per la ministra: «La giustizia deve funzionare non solo per dare una risposta all’Europa, che pure è necessaria perché altrimenti perderemo i miliardi che l’Europa sta dando al Paese per la rinascita, ma perché solo così c’è un presidio contro la legge del più forte, contro le infiltrazioni della criminalità organizzata che depauperano il tessuto sociale. Non possiamo stare fermi, facciamo qualcosa tutti insieme per affrontare il problema».

L’audizione di Gratteri e Cafiero De Raho in Commissione giustizia alla Camera: segui la diretta

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Riforma Giustizia, Gratteri: “Con riforma 50% processi improcedibili”

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